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"Giochi sportivi", 1976
Presentazione della monografia "Giuochi Sportivi", 1976
Scritto da Libero de Libero  

"Giochi Sportivi"
Monografia, 1976
Ed. SAGRAF

Introduzione di Libero de Libero

Non ho mai praticato lo sport. E quale sport avrei potuto scegliere, se quel poco di ginnastica alle scuole elementari si svolgeva nell’aula restando tutti quanti nei banchi ad allargare braccia e chiudere gambe, a tocere busto e collo,a piegarsi sui ginocchi? C’era pure la scusa di vivere in un paese di montagna, e le gare di ragazzi potevano essere soltanto quelle di rincorrersi in gruppo fuori porta per la sfida a chi arrivasse prima al traguardo d’un albero o muricciolo. Per me fu allora un precace e didattico allenamento alla pigrizia, e si rafforzò durante la frequenza delle scuole medie in una cittadina dove funzionava una palestra bene attrezzata. Ma per un’ora l’insegnante di educazione fisica pretendeva sforzi strazianti dalla pigrizia di quel povero me inetto mortificato testardo. E’ tuttora in buona salute il maestro novantenne Martini, costretto dal consiglio dei professori a darmi perfino un buon voto per non abbassarmi la media piuttosto alta che mi premiava con l’esenzione delle tasse: capivo dal suo sguardo la voglia matta di spaccarmi la capoccia a colpi di clava, gli chiedo perdono di tutti gli ieri di quella sua giusta antipatia. E quando venne anche per me il momento della bicicletta, fu lungo il patimento per le dure prove di renitenza e castigo senza risultato alcuno, e quanto al nuoto d’estate nemmeno il morto sull’acqua.

Non è che io rimpianga i piaceri perduti dello sport né mi vergogno di non aver mai messo piede in uno stadio: quelle strappate di urli trionfali e rissosi, beh, lascio andare il rischio di dover diventare tifoso e di rimetterci la pelle. Ho però una buona dose d’invidia, beninteso una salutare invidia, per l’amico Ottorino Mancioli, del resto è il solo amico sportivo che frequento: ufficiale paracadutista in guerra e oggi tennista quotidiano.

Ma lui è di quella specie più numerosa, che direi espressiva d’una armonia ed eleganza e, sempre al colmo d’un temperamento agonista proprio ai dilettanti che, com’è risaputo, compongono una categoria rara e singolare: tanto per il disinteresse totale d’ogni vanità quanto per l’energia ristoratrice delle spirito che di ciascuno fa il protagonista d’una beatitudine intima, e tale da sollevarlo al di sopra del professionismo causidico. Infine la cultura fisica è una scuola pur essa di autonomia e libertà, educazione morale e amore della vita, una conferma di stile.

Per Mancioli deve essere stata l’immaginazione visiva, che risulta dalla mimica dei gesti in ogni giuoco sportivo, a stimolarne la passione del disegno ispirato alle vicende dell’atletica leggera per quella simultanea precocità del ragazzo qual era durante quel suo andirivieni per palestre scolastiche e rionali. Proprio allora cominciò a frequentare i campi da tennis e insieme a raffigurare atleti d’ogni sport sul fatto degli allenamenti e prove finali dopo un continuo esercizio di schizzi e ripetizioni insaziabili, e non vuole negare la più scarsa attenzione ai testi di latino e greco.
Quando lo conobbi ventenne universitario - me l’aveva presentato un amico comune - venne con un bel malloppo di disegni e gliene pubblicai spesso in una rivista aziendale che allora dirigevo. Col passare degli anni fu spontanea in lui l’esperienza futurista e cubista, allora inevitabili per un artista giovane che non si contentasse di fermarsi al "quia" d’una tradizione ormai inerme e sclerotica. Il suo disegnare insorgeva finalmente alacre e amoroso da una sintesi d’ottica dinamica. E per la modulazione di atteggiamenti  movenze e slanci ciascuno atleta assumeva negli "a solo" il ruolo d’un mimo a almpi di magnesio. Poi intorno agli anni 35 Mancioli aveva raggiunto prstigio e fama nell’arte del manifesto pubblicitario per le gare olimpioniche  non solo nazionali e per la collaborazione a giornali e riviste di sport. E senza dire delle vittorie nei concorsi e di medaglie al merito delle sue imprese sempre originali per l’impeto d’una fantasia che provocava l’attrazione dei passanti lungo i muri della città.

E’ strano che un oggi così premente e aggressivo nelle competizioni sportive dominanti qualsiasi avvenimento - e gli stanno alla pari soltanto le manifestazioni politiche e la violenza delle contestazioni e gli assassini -: è strano davvero che gli artisti vogliono mostrarsi indifferenti e renitenti a cogliere quelle visioni d’un agonismo quasi quotidiano escludendo motivi smaccati e non poco allettanti. Infine, e non credo di sbagliare, non si conoscono opere di artisti stranieri intestate a quelle immagini divoranti la gioia d’un "plain-air" scattante nelle notomie musicali dell’atletismo. Certo non mancherà qualche appuntamento con qualcuna delle occasioni stimolanti emozioni e impennate nei loro inchiostri e lapis, ma non saranno che dei rari incontri su carta e tela come capita di vederne  a volte sfogliando monografie.
Dunque Mancioli sarebbe un solitario cavaliere errante per stadi e palestre frementi, alla ricreca continua di scene sportive che gli diano udienza di tanto in tanto. Per il momento si sa poco di altri che nei suoi confronti debba confermarsi competitore con quelle sue fulminanti apparizioni alla ribalta di atleti tuttaltro che salutari, si tratta bensì di allucinate forme d’un estro creativo, piuttosto insolito nella figurazione dedicata ai giuochi sportivi e nei nostri dintorni.




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